Tenuto dal Commissario Straordinario, Prefetto dott.ssa Graziella Patrizi
Autorità e rappresentanti istituzionali e cittadini tutti di San Giovanni Rotondo, vi ringrazio per essere intervenuti a questa importantissima festa nazionale nella quale celebriamo il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
In questa fausta circostanza ricordiamo anzitutto le parole che si possono leggere nel documento della legge n. 4671 del regno di Sardegna e che valgono come proclamazione ufficiale del Regno d’Italia, legge che fu promulgata il 17 marzo 1861 e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale n. 68 del 18 marzo 1861:
“Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue: (Articolo unico): Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e i suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino, addì 17 marzo 1861.”
In circa due anni, dalla primavera del 1859 alla primavera del 1861, nacque, da un’Italia divisa in sette Stati, il nuovo regno: un percorso che parte dalla vittoria militare degli eserciti franco-piemontesi nel 1859 e dal contemporaneo progressivo sfaldarsi dei vari Stati italiani che avevano legato la loro sorte alla presenza dell’Austria nella penisola e si conclude con la proclamazione di Vittorio Emanuele II re d’Italia.
La Carta costituzionale italiana pone tra i “Principi fondamentali” l’unità e la indivisibilità della Repubblica quali invalicabili limiti nazionali, evidenziando nello stesso tempo come il riconoscimento e la promozione delle autonomie siano parte integrante di una visione nuova dell’Unità della Nazione e dello Stato Italiano. Non a caso il richiamo alla Repubblica “una e indivisibile” è collocato in apertura di quello che diventerà – nella redazione definitiva della Carta - l’art.5, cui fa seguito il Titolo V, comprendente l’istituzione delle Regioni a “Statuto ordinario”.
In proposito non può non farsi cenno al messaggio che, alla vigilia di questo importantissimo anniversario, il Presidente Giorgio Napolitano ha rivolto alla Conferenza dei presidenti delle Assemblee legislative di Regioni e Province autonome:” Nella Carta Costituzionale l’eredità storica e culturale della Nazione convive con il riconoscimento e lo sviluppo in senso federalistico delle autonomie, che la fanno più ricca e più viva, riaffermando l’unità e l’indivisibilità della Repubblica”.
Oggi certamente assistiamo ad un fenomeno irresistibile ed inverso a quello verificatosi nel Risorgimento, diretto alla piena affermazione delle autonomie locali; lo scopo non è solo quello di “portare il governo alla porta degli amministrati”, come si diceva all’epoca della Costituente, necessità cui tutti oggi concordano, ma anche quello di “porre gli amministrati nel governo di sé medesimi”.
Non si può dunque non fare riferimento alle condizioni di squilibrio esistenti tra Nord e Sud, principale causa di intrinseca debolezza e profonda divisione che sempre ha caratterizzato la nostra storia e che anche oggi mina la nostra unità nazionale. Le indagini più recenti confermano infatti quanto profondo resti il divario tra le regioni del centro nord e le regioni meridionali, pure con le sensibili differenze che tra queste ultime si sono prodotte.
Occorre considerare che la condizione del Mezzogiorno pone un preoccupante interrogativo per il futuro del Paese.
E qui richiamo ancora una volta le parole pronunciate dal Presidente Napolitano che afferma come occorra “comprendere che, per ardui che siano gli sforzi da compiere, non c’è alternativa al crescere insieme, Nord e Sud, essendo storicamente insostenibili e obbiettivamente inimmaginabili nell’Europa e nel mondo di oggi prospettive separatiste e indipendentiste e, più semplicemente, ipotesi di sviluppo autosufficiente di una parte soltanto, fosse anche la più avanzata economicamente, dell’Italia unita.”
L’unità d’Italia è ora, nel quadro di un nuovo e più avanzato sviluppo di una piena e celere integrazione europea, sempre più necessaria, soprattutto in considerazione della programmata attuazione del nuovo stato federalista.
Nella fase di cambiamento della realtà mondiale che stiamo vivendo occorre infatti conciliare il sentimento nazionale con il contesto dei sempre più rapidi mutamenti in atto. Proprio per questo è importante recuperare quanto di buono vi è stato dell’”eredità del Risorgimento” e, successivamente, dell’età della Costituente, ovvero negli anni decisivi della ricostruzione su basi repubblicane e democratiche del nostro Stato Unitario.
Viene ora da chiedersi quanto, da alcuni decenni, questo patrimonio di valori unitari sia venuto meno, soprattutto nella formazione delle giovani generazioni e come questo abbia contribuito al diffondersi di nuovi particolarismi, di nuovi motivi di divisione e di tensione nel tessuto della società e della vita pubblica nazionale. A questo riguardo non possono essere trascurati i rischi che ne derivano e che si presentano oggi, in occasione della celebrazione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità.
E’ dunque indispensabile un nuovo impegno condiviso, da parte di chi amministra la res publica e delle classi dirigenti nel loro insieme, per stimolare una maggiore consapevolezza storica del nostro essere nazione e per fortificare la coscienza nazionale unitaria degli italiani.
Ma oggi è anche l’occasione per ricordare gli episodi più significativi degli ultimi 150 anni, nella storia di San Giovanni Rotondo.
L’unità d’Italia è stata raggiunta con il sacrificio di molti patrioti che hanno lottato e donato la propria vita per l’ ideale unitario di un popolo per molti anni diviso in tante parti. Anche in questa città, dove nel 1860 dominavano i Borboni, si è combattuto ed è stata scritta una pagina molto significativa della storia risorgimentale italiana.
Il ricordo dell’uccisione di 24 cittadini sangiovannesi è ancora vivo: lo scorso mese di ottobre è stato celebrato il 150° anniversario di questo luttuoso evento che si verificò in concomitanza con l’evento del 21 ottobre 1860 importantissimo per la storia d’Italia: le popolazioni delle province dell’Italia meridionale si pronunciarono massicciamente con un “SI” al seguente plebiscito: “Il popolo d’Italia vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele Re Costituzionale e Suoi legittimi discendenti”.
Non è il caso di ripercorrere gli eventi luttuosi di quei giorni, ma semplicemente di mettere in risalto la motivazione più nobile di quel sacrificio, scaturito in un clima di lotta fratricida paesana ed anche nazionale tra quanti avevano scelto di continuare a sostenere i dominatori e quelli che, invece, erano ispirati dagli ideali risorgimentali. Il plebiscito a San Giovanni non si svolse il giorno 21 ottobre 1860 a causa delle opposte minacce di stragi. L’eccidio fu consumato il giorno 23 ottobre.
Alla fine di ottobre 1860 a San Giovanni Rotondo venne riallestito il seggio per la votazione del Plebiscito. Ottocentocinquanta persone si espressero per il SI a Vittorio Emanuele II. Nove persone per il NO.
Nel 1894 una lapide proclamò "Martiri della Patria" le 24 vittime della lotta fratricida.
Il presente è figlio del passato e tutti siamo chiamati ad operare con sincerità, intelligenza, serenità di cuore e di pensiero, per la pace sociale di questa terra, nel ricordo di coloro che, credendo in un mondo migliore, persero il bene prezioso della vita. (liberamente tratto dalla relazione di Giulio Giovanni Siena su evento del 1860 presentata il 1° giugno 2004 pubblicato su sito www.padrepioesangiovannirotondo.it)
Padre Pio entra nella storia del popolo di questa città il 28 luglio 1916 (giorno dedicato al ringraziamento per questo dono ricevuto dalla Divina Provvidenza) e trasforma lentamente San Giovanni Rotondo nella città dell’accoglienza e della riconciliazione.
Grazie alle provvidenziali iniziative di Padre Pio, verso la metà del secolo scorso, mentre la miniera di bauxite della Società Montecatini che tanto spazio aveva avuto per oltre un trentennio nella vita sociale e occupazionale di questa città (basti pensare che alla fine degli anni quaranta produceva 170.000 tonnellate annue di minerale e dava lavoro ad oltre 700 persone) si avviava al termine della sua attività, nasceva la Casa Sollievo della Sofferenza, che ancora oggi rappresenta il polo occupazionale locale più importante, con circa 3.000 occupati tra dipendenti diretti e dell’indotto.
La storia di questi 150 anni, oltre a venire percorsa richiamando alla memoria eventi importanti come quelli accennati, deve essere ricordata per il contributo quotidiano, costante e silenzioso di migliaia di donne e di uomini che hanno accompagnato i protagonisti dei giorni bui e di quelli gioiosi ed hanno determinato una crescita rilevante nelle condizioni di vita, contribuendo alla crescita della popolazione (passata dai 6.000 del 1860 ai 27.350 di oggi), della cultura e dell’ integrazione sociale sia locale che nazionale.
Gratitudine deve essere riconosciuta ai cittadini che hanno contribuito con la loro azione a far rimanere Padre Pio nel Convento di Santa Maria delle Grazie, tanto che lo stesso Padre Pio, nel suo testamento spirituale, rivolgendosi al Sindaco di questo “popolo generoso”, ha espresso il desiderio di riposare in un cantuccio di questa terra: ospite per sempre di questa terra.
L’unità d’Italia è stato un obiettivo risorgimentale e resta ancora oggi un obiettivo culturale, economico e sociale da raggiungere. Tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo per poterlo raggiungere. La città di San Giovanni Rotondo ha un compito importante: pellegrini da tutta Italia arrivano qui alla ricerca di una parola di conforto, di un’accoglienza ospitale e cordiale, di una riconciliazione con Dio e con gli uomini.
E’ dunque importante costruire una rete di servizi integrata e condivisa che metta al centro l’accoglienza e l’ospitalità nei confronti dei pellegrini e dei numerosi turisti. Solo in uno spirito unitario e collaborativo tra tutti i soggetti del territorio potrà essere raggiunto questo obiettivo prioritario.
A chiusura di queste brevi considerazioni colgo l’occasione per porre in evidenza l’importanza dell’unità di una popolazione. “Uniti si vince” e l’unità a cui siamo chiamati va ricercata nella condivisione non solo degli obiettivi, ma anche degli strumenti per attuarla. Mentre sembra più facile condividere gli obiettivi (migliorare i servizi di accoglienza ed ospitalità), la condivisione degli strumenti (le regole del gioco) dovrà avvalersi dei percorsi della democrazia, ben sapendo che se la Città avrà vinto la sfida risulterà vincitore anche ogni cittadino.
Auguro a tutti voi ed alle vostre famiglie di vivere serenamente questa festa dell’Unità d’Italia ed auspico il raggiungimento di questo obiettivo per l’intera Città.
Viva l’Italia unita e viva San Giovanni Rotondo!







