Le vie dela Storia
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Le vicende storiche del territorio di San Giovanni Rotondo

Le fasi più antiche della presenza dell’uomo nel territorio di San Giovanni Rotondo sono conosciute solo in parte. È certo che il lago di Sant’Egidio dovette prestarsi già durante il Paleolitico medio ad attività di caccia e di raccolta. La zona è indiziata della presenza di industria litica musteriana (ca. 45.000 anni da oggi) riferibile ad una fiorente paleoeconomia che doveva svolgersi sulle rive del lago, ricche di selvaggina e di boschi. Le informazioni sull'area, un tempo occupata dall'alveo del lago, si stanno infittendo negli ultimi anni, grazie a campagne di ricerca più sistematiche che mostrano come il sito di Sant'Egidio fosse frequentato già a partire dal Paleolitico inferiore e senza soluzione di continuità fino a buona parte del Paleolitico superiore.

A partire dal Neolitico (VI-V millennio a.C.), il quadro delle informazioni aumenta notevolmente. Con lo svilupparsi delle attività agricole e pastorali e con un tipo di economia domestica più sedentaria, complice anche la conseguente risalita stagionale delle greggi per le piste del promontorio garganico, si ha una intensa frequentazione del Tavoliere e delle strette valli che, orientate prevalentemente in senso sud-nord, rappresentavano le principali vie di accesso e un importantissimo snodo tra la pianura ed il primo gradino del Gargano. In questo periodo vengono privilegiate anche nel nostro territorio le aree pianeggianti poste preferibilmente in prossimità di corsi d’acqua, come risulta da una serie di villaggi cosiddetti “trincerati” nei pressi del Candelaro. Molti di questi villaggi, circondati da caratteristici fossati scavati nel terreno, sono stati individuati dalle fotografie aeree.

Ma i neolitici non dovevano neppure ignorare l’utilità dei pascoli collinari e di montagna per una transumanza locale e stagionale. Le grotte carsiche, di cui sono ricche le vallate, rappresentavano punti di riferimento, sia di utilità pratica, come ripari o ricoveri naturali, sia talvolta di carattere cultuale, come sembrano dimostrare recenti studi. Per la documentazione del Neolitico di eccezionale importanza risulta il comprensorio della Valle dell’Inferno, con la frequentazione dei numerosi ripari sotto roccia e delle grotte, e con l'attestazione dei primi villaggi sui versanti prospicienti la valle. Il fenomeno insediativo sulle montagne garganiche si accentua a partire dallo spopolamento del Tavoliere e soprattutto con il pieno sviluppo delle attività pastorali durante l’età del Bronzo.

Dalla fine dell’Eneolitico (Età del Rame) e per buona parte dell’Età del bronzo si assiste al proliferare di tanti insediamenti rupestri dislocati sulla sommità delle valli che tagliano il primo gradone del Gargano. Un po’ dovunque sorgono villaggi, alcuni di carattere probabilmente stagionale (come il grandioso insediamento fortificato di Monte Castellano – Crocicchia, a 850 m s.l.m., ancora oggi visibile), altri in posizione intermedia tra la pianura, ormai inaridita, e i più appetibili altopiani del Gargano.

L’Età del Ferro con la civiltà daunia è abbastanza documentata nel territorio di San Giovanni Rotondo. Da una serie di tombe incontrate durante i lavori stradali o nello scavo di cantine nell’abitato, i cui corredi andarono in gran parte dispersi, venne evidenziata la presenza di almeno due aree cimiteriali attorno all’attuale centro storico. Nelle vecchie pubblicazioni troviamo reperti, ormai dispersi, come fibule di bronzo riportabili all’VIII sec. a.C. ed alcuni vasi, nello stile geometrico daunio, databili tra il VI e il V sec. a.C. Altri vasi, appartenenti ad altre sepolture, sembrano testimoniare l’esistenza tra l’VIII secolo e almeno tutto il IV secolo a.C. di un piccolo villaggio daunio nella zona dell’attuale centro storico, abbastanza aperto ai contatti con il mondo esterno, come testimoniano le influenze ellenizzanti presenti in alcuni tipi ceramici della seconda metà del IV secolo a.C.

Per quanto riguarda l’età romana sembra che il nostro territorio assista ad una contrazione nell’insediamento. E’ probabile che a partire dal IV secolo, alcuni esponenti di un ceto emergente si ellenizzassero, in parte imitando il modo di vita magnogreco. E così da un villaggio inteso come centro di vita si è passati probabilmente in periodo romano a diversi piccoli centri rurali produttivi; ad esempio nella zona di Valle Rossa, dove è stata individuata una moneta di bronzo probabilmente di Augusto e frustoli di ceramica rossa cosiddetta sigillata (a punzonature) e frammenti di lucerna, è possibile che ci fosse un sito, forse attribuibile ai primi secoli d.C.

La presenza di comunità rurali di età romana e tardoantica a ridosso di un’importante direttrice viaria costituisce il contesto nel quale dovette inserirsi, non prima della fine del V secolo, la costruzione dell’edificio di culto cristiano con battistero, sul sito poi occupato dalla “Rotonda di San Giovanni Battista”, da cui sembra discendere anche la denominazione dell’insediamento di San Giovanni Rotondo.

E’ probabile che nei dintorni del battistero sorgessero altri edifici di culto ed elementi di riferimento per le sparute popolazioni dei dintorni.

Grande rilievo assume in Età medievale nel territorio di San Giovanni Rotondo la presenza di un tratto della Via Francigena, l’importante strada di pellegrinaggio che nel nostro territorio conduceva alla grotta di San Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo e che ricalcava direttrici di età romana e tardoantica.

La prima menzione storica finora conosciuta dell’abitato di San Giovanni Rotondo resta ancora il privilegio concesso nel novembre 1095 da Enrico conte di Monte Sant’Angelo al monastero di San Giovanni in Lamis. Il conte Enrico, dietro richiesta dell’abate Benedetto di San Giovanni in Lamis, confermava al monastero tutte le precedenti concessioni e concedeva nuove terre.

Nel 1220 la cancelleria di Federico II tolse San Giovanni Rotondo alla badia di San Giovanni in Lamis, adducendo il pretesto che i precedenti documenti dell’Età bizantina non bastavano a giustificarne l’attribuzione. La giustificazione per avvalorare la confisca viene escogitata nella presunta genesi del centro: l’insediamento di San Giovanni Rotondo sarebbe sorto per volontà di Enrico VI e in seguito usurpato dai monaci o dal conte Matteo di Lesina, che lo avrebbe poi donato illegalmente al monastero. Nonostante le proteste del papa, Federico restò fermo nelle sue decisioni e San Giovanni Rotondo entrò a far parte del regio demanio. Con l’avvento degli Angioini le proprietà confiscate furono restituite al monastero di San Giovanni in Lamis (che però doveva aver già recuperato comunque il suo possedimento) e furono avviate indagini per ridefinire le proprietà e i confini.

Il 27 gennaio 1397, la regina Margherita affermava la promiscuità del territorio di San Giovanni Rotondo e di Monte Sant’Angelo e il diritto per gli abitanti di legnare, acquare e pascere. In questo decreto si fa riferimento al castrum S. Joannis Rotundi.

Nel 1464 re Ferdinando donava a Giorgio Castriota Scanderberg, figlio del principe d’Albania, in virtù dei servigi resi alla corona, la signoria di Trani, Monte Sant’Angelo e San Giovanni Rotondo. Il dominio di questo capitano e, in seguito di un suo nipote, viene ricordato come ‘tirannia albanese’. Questa cessò nel momento in cui Ferdinando I re di Napoli riassegnò il ‘castrum’ al regio demanio; nel 1497 fu dato in signoria al capitano spagnolo Consalvo di Cordova.

Al nuovo signore i cittadini di San Giovanni Rotondo chiesero grazie, privilegi, franchigie e la concessione di poter ripristinare la ‘fiera di Sant’Onofrio’. In questa fiera che aveva luogo l’11 giugno, festa di Sant’Onofrio, convenivano i rappresentanti di tutte le principali città di comercio della Puglia e del Gargano per fissare il prezzo ‘alla voce’ dei cerali, valido per tutto il regno.

La nobile famiglia dei Cavaniglia comprò nel 1607 il feudo per 25.000 ducati. Una buona ripresa economica e demografica si ebbe nel corso del Settecento. Nel corso dell’Ottocento, con il passaggio dall’ancien regime al governo napoleonico, si ebbero i primi effetti delle nuove leggi emanate dai sovrani francesi. Furono chiusi il convento dei Conventuali, situato nel paese, e quello dei Cappuccini. Nel 1860, dopo la conquista garibaldina del Regno delle Due Sicilie, l’esercito borbonico si dette alla fuga e riuscì a disperdersi nelle campagne, per sfuggire all’esercito nazionale. Tra di questi vi erano anche sangiovannesi che si ribellarono contro le truppe garibaldine, trucidando nel carcere locale ventiquattro conterranei di idee liberali (23 ottobre 1860). Gli anni che seguirono furono caratterizzati da un nuovo fervore cittadino.

Gli avvenimenti che segnarono gli inizi del XX secolo non furono di minore portata. Nel 1916 giunse al convento dei Cappuccini Padre Pio da Pietrelcina per rigenerare la sua malferma salute. Il frate rivelò presto il suo carisma, realizzando nel 1925 il piccolo ospedale “civile San Francesco” nel settecentesco convento di Santa Maria Maddalena e, dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947 la costruzione dell’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”. Si ebbe dunque un segnale di forte ripresa che portò ad un notevole sviluppo di tutto il paese, grazie anche alle accresciute possibilità economiche. L'Ospedale è divenuto il centro trainante dell'economia del paese, ma non bisogna dimenticare che, dagli anni quaranta sino al 1973, l'economia sangiovannese si è basata soprattutto sul lavoro offerto dalla Miniera di Bauxite della società Montecatini che ha visto impiegati sino ad 800 operai.

(Testo a cura del prof. Matteo Fiorentino)