• Chiesa Convento di S. Maria delle Grazie (XVI-XX secc.)
  • Chiesa di S. Pio da Pietrelcina (arch. Renzo Piano) inaugurata nel 2004
  • Chiesa Madre di S. Leonardo ab. (XVII sec.)
  • Chiesa di S. Nicola (XVII sec.)
  • Chiesa di S. Giacomo (XV sec.)
  • Chiesa di S. Orsola (XVI-XVII secc.)
  • Chiesa di S. Caterina d'Alessandria (XI sec.)
  • Chiesa di S. Maria Maddalena (XVII sec.)
  • Chiesa di S. Donato (XIII sec.)
  • Chiesa di S. Onofrio (XIII sec.)
  • Chiesa della Madonna di Loreto (XV sec.)
  • Chiesa di S. Giovanni Battista, detta la Rotonda, che dà il nome a S. Giovanni Rotondo.
  • Monastero della Risurrezione, delle Clarisse Cappuccine, inaugurato nel 1985

  • Via Crucis monumentale con sculture di Francesco Messina (1971)
  • Ospedale Casa Sollievo della sofferenza, inaugurato nel 1956
  • Piazza Europa e Monumento ai caduti (1924)
  • Centro storico
  • Corso Umberto I
  • Piazza Padre Pio con monumento al santo di Pericle Fazzini (1987)
  • Casa Morcaldi, sede del Museo delle Cere di Padre Pio (in Via Pirgiano)
  • Ex lago e rovine della Chiesa di S. Egidio
  • Rovine del convento di S. Nicola a Pantano
  • Monumento a S. Michele alla curva (S. P. 45 bis, km 4)
  • Museo delle arti e tradizioni popolari " Michele Capuano"
  • La Rotonda ( vasca battesimale )

Il villaggio preistorico di Monte Castellana – Crocicchia è un insediamento preistorico ancora oggi evidente nel territorio di San Giovanni Rotondo a circa un chilometro a Nord – Nord Ovest dal centro storico. Il villaggio, allungato a forma di ogiva da 852 a 800 m s.l.m., occupa complessivamente una superficie di circa due ettari e mezzo. Il perimetro dell’insediamento è circoscritto da una spessa muraglia di pietrame a secco larga mediamente circa un metro, con a tratti caratteri di accentuato megalitismo. Ancora oggi sono evidenti i resti delle antiche porte di accesso e gli spazi abitativi circondati da muretti a secco come opera di delimitazione delle proprietà nucleari. Dalla raccolta di superficie, effettuata a più riprese negli anni scorsi, sono emersi risultati interessanti per questo che è il più “alto” degli insediamenti preistorici dell’Età del Bronzo nel nostro territorio (solitamente gli altri villaggi di cui abbiamo finora conoscenza non vanno al di là di circa 600 m s.l.m.). I resti di ceramica attinenti alle attività svolte dall’uomo nell’insediamento ci mostrano una popolazione abbastanza numerosa e non povera legata alle attività pastorali che si svolgevano con grande successo in tutto il territorio della Daunia, soprattutto dalla fine dell’Eneolitico (Età del Rame) ad almeno tutta l’Età del Bronzo Medio. Tra i frammenti ceramici numerosi bordi, colletti, orli, anse, pareti di ciotole e di vasi di dimensioni varie (generalmente medio-grandi), in qualche caso legati alla lavorazione del latte. La prima area del villaggio ad essere interessata dalla presenza di gruppi umani è la più alta, cioè quella posta tra m 852 e 839 s.l.m.; ha la forma di triangolo equilatero col vertice verso l’alto. In corrispondenza del vertice del triangolo ma all’esterno e quindi nel punto più alto del villaggio è stata addossata una poderosa struttura delimitata da un muro a secco mediamente largo m 2,80-3,00, di forma rettangolare, dal lato lungo di circa m 16 e il lato corto di circa m 7,50; a giudicare dal pietrame di crollo lungo lo stesso perimetro si deve dedurre che la struttura era relativamente alta. Alla base del triangolo si distende una fascia quasi perfettamente piana, larga mediamente da m 20 a 25, che poteva avere la stessa funzione che i fossati hanno in altri villaggi con opere di difesa. Al di sotto, si notano altre strutture, quasi certamente abitative che fanno parte della seconda espansione del villaggio verso il basso. Nel complesso l’intero villaggio risulta lungo circa m 250 e largo mediamente circa m 90-95. Interessanti alcuni resti di strutture affioranti sul terreno, tra cui una singolare capanna di forma “absidata” sulla cui funzione permangono ancora numerosi dubbi. Qualche indizio ci lascia presupporre una prima frequentazione nella fase di Piano Conte (Eneolitico, ca. 2200 a.C.). La ceramica più diffusa è la “rusticata”. Con l’inaridirsi del clima, con una temperatura media più alta rispetto ai periodi precedenti durante la fase dell’Eneolitico finale e del tardo Bronzo antico, continua il processo di desertificazione del Tavoliere; nel Bronzo medio il Tavoliere viene abbandonato definitivamente. Il probabile regresso della foresta verso le zone alte del Gargano sicuramente avrà agevolato l’insediamento sui rilievi. Il villaggio di Monte Castellana viene frequentato e abitato fino all’Età del Bronzo medio (ca. 1500 a.C.); in seguito, come in quasi tutto il territorio della Daunia, il villaggio si spopola e non verrà più utilizzato dall’uomo.

I teoria su Monte Castellano (Gravina): il villaggio potrebbe essere una struttura “egemone” sul territorio, dalle caratteristiche monumentali e con la possibilità di esercitare una forma di controllo di un’area territoriale con una gerarchizzazione degli insediamenti disposti a piramide, sotto il profilo topografico, e tutti controllabili anche a vista dal villaggio all’apice della piramide, il quale è l’unico, per quanto finora si conosce, ubicato a m 850 di altezza, mentre tutti gli altri sono posti sotto la quota di m 600. L’impossibilità di svolgere in loco attività di commercio e di scambio, non trovandosi l’insediamento su una pista di larga frequentazione, farebbe sì che la comunità di Crocicchia, né povera né poco numerosa, risulti dipendente dagli altri gruppi distribuiti tra il primo gradone del Gargano e il Candelaro per l’approvvigionamento sia dell’acqua, sia degli altri mezzi essenziali alla sussistenza. Anche la costruzione del villaggio con le sue caratteristiche di megalitismo significava molte braccia sottratte al lavoro per volontà di un gruppo “dominante”.

II teoria (Fiorentino): Proprio il cambiamento climatico che si verifica tra la fine dell’Eneolitico e nei primi dell’Età del Bronzo, con punte poi più alte nel Bronzo Medio, sarebbe l’artefice dell’insediamento “montano” di Monte Castellana da parte del medesimo gruppo umano che controllava i villaggi sottostanti. La migliore posizione e la probabile persistenza di lembi forestali nella zona cacuminale del monte sarebbe alla base del nascere dell’insediamento, ultimo “baluardo” per le greggi in risalita dalle fasce sottostanti. Con l’aumento dell’aridità nel Bronzo recente si assiste ad uno spopolamento di quasi tutti i villaggi pastorali anche d’altura, compreso quello di Monte Castellana.

 

(Testo a cura del prof. Matteo Fiorentino)

Qual era la situazione stradale della Puglia altomedievale? Le vie romane erano l’Appia e la Traiana, impostate spesso su piste protostoriche, appenniniche e sannite. La Via Appia, longarum regina viarum, si snodava in Puglia, con Traiano, da Benevento a Brindisi, pervenendo da Venusia (Venosa), e attraverso Silvium (Gravina) e Tarentum. La variante adriatica, la Via Traiana, calava dall’Appennino su Troia per allungarsi fino a Bitonto, attraversando Ordona, Cerignola, Canosa, Andria e Ruvo. A Bitonto la Traiana si biforcava; una viabilità interna, lungo l’hinterland barese fino ad Egnazia, e una marittima che da Bari si collegava alla litoranea nord, proveniente dal Gargano e da Siponto, per raggiungere a sud ancora Egnazia e poi Brindisi. Nel Medioevo la precedente viabilità romana condizionava sicuramente il cammino di chi, per un motivo o per un altro, veniva in Puglia. La persistenza di una viabilità antica è attestata, dagli itineraria del terzo e quarto secolo, come l’itinerarium Antonini e Burdingalese, fino alla pentacromica Tabula Peutingeriana, copia del dodicesimo secolo di una carta del terzo.

Le fonti del Medioevo ci parlano di un’antica rete viaria spesso in condizioni ormai di abbandono e rovina; su questa precedente rete viaria si impostano i nuovi tracciati, in taluni casi funzionali ad una realtà insediativa profondamente diversa, maggiormente incentrata sulla relazione tra i centri dell’interno e quelli della costa. Nella viabilità medievale è contemplato anche il tracciato che portava i pellegrini al santuario di San Michele, e di qua ai principali porti della Puglia.

Nel Medioevo la via del pellegrinaggio era conosciuta semplicemente con il nome di Via Francesca o Francigena, per la presenza tra i pellegrini dei Franchi o, più generalmente, di uomini del Nord; e questo a partire dagli anni successivi al Mille. I pochi riferimenti alla strada e al passaggio dei pellegrini sono alcuni documenti riguardanti l’abbazia benedettina di San Giovanni in Piano presso Apricena e pochi altri riguardanti la storia del Monastero di San Giovanni in Lamis, oggi Convento di San Matteo. In riferimento a San Giovanni in Lamis, nel rescritto del Catapano Bicciano del 1030, la Via Francesca è riferita ad un tratto posto tra San Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo. La conferma del normanno Enrico parla della stessa, nel 1095, per il tratto tra l’imboccatura della Valle di Stignano e l’abitato di Apricena. Con Ruggero II, nel 1134, e con Guglielmo II, nel 1176, la Via Francesca è citata immediatamente dopo l’abitato di San Giovanni Rotondo. Alla presenza di un ospizio per i pellegrini sorto lungo la strada fanno riferimento documenti del XII-XIII secolo riguardanti la chiesa di Sant’Egidio nel territorio di San Giovanni Rotondo.

(Testo a cura del prof. Matteo Fiorentino)

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