• Chiesa Convento di S. Maria delle Grazie (XVI-XX secc.)
  • Chiesa di S. Pio da Pietrelcina (arch. Renzo Piano) inaugurata nel 2004
  • Chiesa Madre di S. Leonardo ab. (XVII sec.)
  • Chiesa di S. Nicola (XVII sec.)
  • Chiesa di S. Giacomo (XV sec.)
  • Chiesa di S. Orsola (XVI-XVII secc.)
  • Chiesa di S. Caterina d'Alessandria (XI sec.)
  • Chiesa di S. Maria Maddalena (XVII sec.)
  • Chiesa di S. Donato (XIII sec.)
  • Chiesa di S. Onofrio (XIII sec.)
  • Chiesa della Madonna di Loreto (XV sec.)
  • Chiesa di S. Giovanni Battista, detta la Rotonda, che dà il nome a S. Giovanni Rotondo.
  • Monastero della Risurrezione, delle Clarisse Cappuccine, inaugurato nel 1985

  • Via Crucis monumentale con sculture di Francesco Messina (1971)
  • Ospedale Casa Sollievo della sofferenza, inaugurato nel 1956
  • Piazza Europa e Monumento ai caduti (1924)
  • Centro storico
  • Corso Umberto I
  • Piazza Padre Pio con monumento al santo di Pericle Fazzini (1987)
  • Casa Morcaldi, sede del Museo delle Cere di Padre Pio (in Via Pirgiano)
  • Ex lago e rovine della Chiesa di S. Egidio
  • Rovine del convento di S. Nicola a Pantano
  • Monumento a S. Michele alla curva (S. P. 45 bis, km 4)
  • Museo delle arti e tradizioni popolari " Michele Capuano"
  • La Rotonda ( vasca battesimale )

Qual era la situazione stradale della Puglia altomedievale? Le vie romane erano l’Appia e la Traiana, impostate spesso su piste protostoriche, appenniniche e sannite. La Via Appia, longarum regina viarum, si snodava in Puglia, con Traiano, da Benevento a Brindisi, pervenendo da Venusia (Venosa), e attraverso Silvium (Gravina) e Tarentum. La variante adriatica, la Via Traiana, calava dall’Appennino su Troia per allungarsi fino a Bitonto, attraversando Ordona, Cerignola, Canosa, Andria e Ruvo. A Bitonto la Traiana si biforcava; una viabilità interna, lungo l’hinterland barese fino ad Egnazia, e una marittima che da Bari si collegava alla litoranea nord, proveniente dal Gargano e da Siponto, per raggiungere a sud ancora Egnazia e poi Brindisi. Nel Medioevo la precedente viabilità romana condizionava sicuramente il cammino di chi, per un motivo o per un altro, veniva in Puglia. La persistenza di una viabilità antica è attestata, dagli itineraria del terzo e quarto secolo, come l’itinerarium Antonini e Burdingalese, fino alla pentacromica Tabula Peutingeriana, copia del dodicesimo secolo di una carta del terzo.

Le fonti del Medioevo ci parlano di un’antica rete viaria spesso in condizioni ormai di abbandono e rovina; su questa precedente rete viaria si impostano i nuovi tracciati, in taluni casi funzionali ad una realtà insediativa profondamente diversa, maggiormente incentrata sulla relazione tra i centri dell’interno e quelli della costa. Nella viabilità medievale è contemplato anche il tracciato che portava i pellegrini al santuario di San Michele, e di qua ai principali porti della Puglia.

Nel Medioevo la via del pellegrinaggio era conosciuta semplicemente con il nome di Via Francesca o Francigena, per la presenza tra i pellegrini dei Franchi o, più generalmente, di uomini del Nord; e questo a partire dagli anni successivi al Mille. I pochi riferimenti alla strada e al passaggio dei pellegrini sono alcuni documenti riguardanti l’abbazia benedettina di San Giovanni in Piano presso Apricena e pochi altri riguardanti la storia del Monastero di San Giovanni in Lamis, oggi Convento di San Matteo. In riferimento a San Giovanni in Lamis, nel rescritto del Catapano Bicciano del 1030, la Via Francesca è riferita ad un tratto posto tra San Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo. La conferma del normanno Enrico parla della stessa, nel 1095, per il tratto tra l’imboccatura della Valle di Stignano e l’abitato di Apricena. Con Ruggero II, nel 1134, e con Guglielmo II, nel 1176, la Via Francesca è citata immediatamente dopo l’abitato di San Giovanni Rotondo. Alla presenza di un ospizio per i pellegrini sorto lungo la strada fanno riferimento documenti del XII-XIII secolo riguardanti la chiesa di Sant’Egidio nel territorio di San Giovanni Rotondo.

(Testo a cura del prof. Matteo Fiorentino)

La Biblioteca Civica di San Giovanni Rotondo nasce come Biblioteca di pubblica lettura nel 1962 con un fondo librario di poche centinaia di volumi, grazie all’interessamento del canonico Don Giosuè Fini.

Nel 1970 viene trasferita al piano terra del Palazzo di Città e l’Amministrazione Comunale nomina il primo bibliotecario. Successivamente aderisce al Sistema Bibliotecario Provinciale e viene trasferita in una sede provvisoria, in attesa della conclusione dei lavori del nuovo stabile.

Nel mese di giugno 2001 la Biblioteca Civica è stata trasferita nella nuova sede, ubicata sul V.le Cappuccini al numero civico 16.

La nuova struttura bibliotecaria è articolata su cinque livelli : seminterrato - archivio; piano rialzato - ingresso e sala cataloghi; primo piano - sala ragazzi; secondo piano - sala adulti; terzo piano - auditorium e sala polivalente.

Attualmente essa è dedicata al Prof. Michele Lecce, insigne concittadino di San Giovanni Rotondo che, fra il 1923 e il 1927 conseguì a Padova ben quattro lauree in Lettere, Filosofia, Giurisprudenza e Scienze Politiche. Fu anche editore della nota Casa Editrice “La Scaligera” , stampando con largo successo volumi di filosofia, pedagogia ed economia politica. Dal 1939 in poi promosse e diresse una collana di classici della filosofia e collaborò con articoli letterari e di storia economica a riviste e giornali.

Ottenuta la libera docenza in Storia Economica, la esercitò nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Padova. Successivamente ottenne l’incarico presso la stessa Facoltà dell’Università di Pavia.

Nel corso degli anni le raccolte della Biblioteca Civica hanno ricevuto nuovo incremento grazie alla donazione effettuata dalla Sig.ra Nerina Zuffi, vedova del Prof. Lecce,di numerosissimi volumi appartenenti alla biblioteca privata del consorte.

Oltre al fondo librario del Prof. Lecce, la Sig.ra Zuffi ha provveduto a donare anche al Comune di San Giovanni Rotondo l’immobile destinato ad ospitare la Biblioteca Cvica, al fine di onorare la memoria dell’illustre consorte.

Oltre al fondo librario del Prof Lecce , il patrimonio librario della Biblioteca si è ulteriormente arricchito grazie alle donazioni di privati cittadini. Di queste donazioni la più consistente è quella costituita dalla biblioteca privata del Dott. Michele Capuano, eletta figura di studioso, la cui attività letteraria ha spaziato dalla poesia alla narrativa, dalla saggistica alla storia della medicina, dall’etnologia alla critica dell’arte, dalla storia locale alla cronaca legata alla sua attività di medico e amico di San Pio da Pietrelcina.

Nell’anno 2002 si è poi concretizzata un’importante iniziativa che ha previsto l’adesione della Biblioteca Civica al progetto denominato B.O.R.A.”Biblioteche Organizzate in rete automatizzata”promosso dalla Biblioteca Provinciale e finalizzata alla creazione di una rete fra biblioteche comunali attraverso l’allestimento di un catalogo unico consultabile mediante strumenti telematici.

Tale progetto ha previsto l’avviamento alle nuove procedure telematiche del personale della Biblioteca attraverso corsi di formazione e di aggiornamento a più livelli. Dal mese di dicembre 2003 la Biblioteca opera, in collaborazione con la Biblioteca Provinciale, con il software “Sebina” che, attraverso la rischedatura di tutto il fondo librario secondo in nuovi canoni e l’immissione dei dati nella rete telematica, mira a creare un vero e proprio catalogo mediatico consultabile da tutte le biblioteche collegate alla rete provinciale e poi nazionale.

La presenza infine di un’ampia sala polivalente ha favorito l’incontro tra le varie associazioni culturali e scuole presenti sul territorio, con numerosi scambi culturali e conferenze promosse dalla stessa Biblioteca che è diventata il fulcro nella realizzazione dei vari progetti.

            Attualmente il fondo librario della Biblioteca ammonta a oltre 32507 volumi comprendenti varie discipline dello scibile umano : Generalità, filosofia e pedagogia, religione, scienze sociali, linguaggio, scienze naturali e matematica, scienze applicate, arti, letteratura geografia e storia.

              I libri sono sistemati nelle sale di lettura a scaffali aperti e a disposizione degli utenti che,autonomamente, possono prelevarli per la consultazione, o possono richiedere l’aiuto degli addetti alla distribuzione.

Il fondo librario della Biblioteca è costituito prevalentemente da libri moderni ( cioè libri stampati a partire dal 1830 in poi ), mentre solo una minima parte è costituito da libri antichi, stam­pati prima di quella data.

I servizi che la Biblioteca offre all’utenza sono: servizio di lettura in sede; servizio del prestito; servizio di informazione bibliografica ; servizio di fotoriproduzione ;servizio di emeroteca; ascolto della musica e utilizzo di strumenti audiovisivi; attività culturali in collaborazione con le scuole presenti sul territorio; conferenze, convegni e incontri culturali vari.

Biblioteca quindi intesa non come insieme di spazi distinti, ma insieme di funzioni aggregabili, dove l’attenzione per l’utenza non è circoscritta solo alle acquisizioni librarie, ma è estesa alla complessiva vita culturale della nostra comunità nelle sue varie articolazioni.


Il villaggio preistorico di Monte Castellana – Crocicchia è un insediamento preistorico ancora oggi evidente nel territorio di San Giovanni Rotondo a circa un chilometro a Nord – Nord Ovest dal centro storico. Il villaggio, allungato a forma di ogiva da 852 a 800 m s.l.m., occupa complessivamente una superficie di circa due ettari e mezzo. Il perimetro dell’insediamento è circoscritto da una spessa muraglia di pietrame a secco larga mediamente circa un metro, con a tratti caratteri di accentuato megalitismo. Ancora oggi sono evidenti i resti delle antiche porte di accesso e gli spazi abitativi circondati da muretti a secco come opera di delimitazione delle proprietà nucleari. Dalla raccolta di superficie, effettuata a più riprese negli anni scorsi, sono emersi risultati interessanti per questo che è il più “alto” degli insediamenti preistorici dell’Età del Bronzo nel nostro territorio (solitamente gli altri villaggi di cui abbiamo finora conoscenza non vanno al di là di circa 600 m s.l.m.). I resti di ceramica attinenti alle attività svolte dall’uomo nell’insediamento ci mostrano una popolazione abbastanza numerosa e non povera legata alle attività pastorali che si svolgevano con grande successo in tutto il territorio della Daunia, soprattutto dalla fine dell’Eneolitico (Età del Rame) ad almeno tutta l’Età del Bronzo Medio. Tra i frammenti ceramici numerosi bordi, colletti, orli, anse, pareti di ciotole e di vasi di dimensioni varie (generalmente medio-grandi), in qualche caso legati alla lavorazione del latte. La prima area del villaggio ad essere interessata dalla presenza di gruppi umani è la più alta, cioè quella posta tra m 852 e 839 s.l.m.; ha la forma di triangolo equilatero col vertice verso l’alto. In corrispondenza del vertice del triangolo ma all’esterno e quindi nel punto più alto del villaggio è stata addossata una poderosa struttura delimitata da un muro a secco mediamente largo m 2,80-3,00, di forma rettangolare, dal lato lungo di circa m 16 e il lato corto di circa m 7,50; a giudicare dal pietrame di crollo lungo lo stesso perimetro si deve dedurre che la struttura era relativamente alta. Alla base del triangolo si distende una fascia quasi perfettamente piana, larga mediamente da m 20 a 25, che poteva avere la stessa funzione che i fossati hanno in altri villaggi con opere di difesa. Al di sotto, si notano altre strutture, quasi certamente abitative che fanno parte della seconda espansione del villaggio verso il basso. Nel complesso l’intero villaggio risulta lungo circa m 250 e largo mediamente circa m 90-95. Interessanti alcuni resti di strutture affioranti sul terreno, tra cui una singolare capanna di forma “absidata” sulla cui funzione permangono ancora numerosi dubbi. Qualche indizio ci lascia presupporre una prima frequentazione nella fase di Piano Conte (Eneolitico, ca. 2200 a.C.). La ceramica più diffusa è la “rusticata”. Con l’inaridirsi del clima, con una temperatura media più alta rispetto ai periodi precedenti durante la fase dell’Eneolitico finale e del tardo Bronzo antico, continua il processo di desertificazione del Tavoliere; nel Bronzo medio il Tavoliere viene abbandonato definitivamente. Il probabile regresso della foresta verso le zone alte del Gargano sicuramente avrà agevolato l’insediamento sui rilievi. Il villaggio di Monte Castellana viene frequentato e abitato fino all’Età del Bronzo medio (ca. 1500 a.C.); in seguito, come in quasi tutto il territorio della Daunia, il villaggio si spopola e non verrà più utilizzato dall’uomo.

I teoria su Monte Castellano (Gravina): il villaggio potrebbe essere una struttura “egemone” sul territorio, dalle caratteristiche monumentali e con la possibilità di esercitare una forma di controllo di un’area territoriale con una gerarchizzazione degli insediamenti disposti a piramide, sotto il profilo topografico, e tutti controllabili anche a vista dal villaggio all’apice della piramide, il quale è l’unico, per quanto finora si conosce, ubicato a m 850 di altezza, mentre tutti gli altri sono posti sotto la quota di m 600. L’impossibilità di svolgere in loco attività di commercio e di scambio, non trovandosi l’insediamento su una pista di larga frequentazione, farebbe sì che la comunità di Crocicchia, né povera né poco numerosa, risulti dipendente dagli altri gruppi distribuiti tra il primo gradone del Gargano e il Candelaro per l’approvvigionamento sia dell’acqua, sia degli altri mezzi essenziali alla sussistenza. Anche la costruzione del villaggio con le sue caratteristiche di megalitismo significava molte braccia sottratte al lavoro per volontà di un gruppo “dominante”.

II teoria (Fiorentino): Proprio il cambiamento climatico che si verifica tra la fine dell’Eneolitico e nei primi dell’Età del Bronzo, con punte poi più alte nel Bronzo Medio, sarebbe l’artefice dell’insediamento “montano” di Monte Castellana da parte del medesimo gruppo umano che controllava i villaggi sottostanti. La migliore posizione e la probabile persistenza di lembi forestali nella zona cacuminale del monte sarebbe alla base del nascere dell’insediamento, ultimo “baluardo” per le greggi in risalita dalle fasce sottostanti. Con l’aumento dell’aridità nel Bronzo recente si assiste ad uno spopolamento di quasi tutti i villaggi pastorali anche d’altura, compreso quello di Monte Castellana.

 

(Testo a cura del prof. Matteo Fiorentino)

Le vicende storiche del territorio di San Giovanni Rotondo

Le fasi più antiche della presenza dell’uomo nel territorio di San Giovanni Rotondo sono conosciute solo in parte. È certo che il lago di Sant’Egidio dovette prestarsi già durante il Paleolitico medio ad attività di caccia e di raccolta. La zona è indiziata della presenza di industria litica musteriana (ca. 45.000 anni da oggi) riferibile ad una fiorente paleoeconomia che doveva svolgersi sulle rive del lago, ricche di selvaggina e di boschi. Le informazioni sull'area, un tempo occupata dall'alveo del lago, si stanno infittendo negli ultimi anni, grazie a campagne di ricerca più sistematiche che mostrano come il sito di Sant'Egidio fosse frequentato già a partire dal Paleolitico inferiore e senza soluzione di continuità fino a buona parte del Paleolitico superiore.

A partire dal Neolitico (VI-V millennio a.C.), il quadro delle informazioni aumenta notevolmente. Con lo svilupparsi delle attività agricole e pastorali e con un tipo di economia domestica più sedentaria, complice anche la conseguente risalita stagionale delle greggi per le piste del promontorio garganico, si ha una intensa frequentazione del Tavoliere e delle strette valli che, orientate prevalentemente in senso sud-nord, rappresentavano le principali vie di accesso e un importantissimo snodo tra la pianura ed il primo gradino del Gargano. In questo periodo vengono privilegiate anche nel nostro territorio le aree pianeggianti poste preferibilmente in prossimità di corsi d’acqua, come risulta da una serie di villaggi cosiddetti “trincerati” nei pressi del Candelaro. Molti di questi villaggi, circondati da caratteristici fossati scavati nel terreno, sono stati individuati dalle fotografie aeree.

Ma i neolitici non dovevano neppure ignorare l’utilità dei pascoli collinari e di montagna per una transumanza locale e stagionale. Le grotte carsiche, di cui sono ricche le vallate, rappresentavano punti di riferimento, sia di utilità pratica, come ripari o ricoveri naturali, sia talvolta di carattere cultuale, come sembrano dimostrare recenti studi. Per la documentazione del Neolitico di eccezionale importanza risulta il comprensorio della Valle dell’Inferno, con la frequentazione dei numerosi ripari sotto roccia e delle grotte, e con l'attestazione dei primi villaggi sui versanti prospicienti la valle. Il fenomeno insediativo sulle montagne garganiche si accentua a partire dallo spopolamento del Tavoliere e soprattutto con il pieno sviluppo delle attività pastorali durante l’età del Bronzo.

Dalla fine dell’Eneolitico (Età del Rame) e per buona parte dell’Età del bronzo si assiste al proliferare di tanti insediamenti rupestri dislocati sulla sommità delle valli che tagliano il primo gradone del Gargano. Un po’ dovunque sorgono villaggi, alcuni di carattere probabilmente stagionale (come il grandioso insediamento fortificato di Monte Castellano – Crocicchia, a 850 m s.l.m., ancora oggi visibile), altri in posizione intermedia tra la pianura, ormai inaridita, e i più appetibili altopiani del Gargano.

L’Età del Ferro con la civiltà daunia è abbastanza documentata nel territorio di San Giovanni Rotondo. Da una serie di tombe incontrate durante i lavori stradali o nello scavo di cantine nell’abitato, i cui corredi andarono in gran parte dispersi, venne evidenziata la presenza di almeno due aree cimiteriali attorno all’attuale centro storico. Nelle vecchie pubblicazioni troviamo reperti, ormai dispersi, come fibule di bronzo riportabili all’VIII sec. a.C. ed alcuni vasi, nello stile geometrico daunio, databili tra il VI e il V sec. a.C. Altri vasi, appartenenti ad altre sepolture, sembrano testimoniare l’esistenza tra l’VIII secolo e almeno tutto il IV secolo a.C. di un piccolo villaggio daunio nella zona dell’attuale centro storico, abbastanza aperto ai contatti con il mondo esterno, come testimoniano le influenze ellenizzanti presenti in alcuni tipi ceramici della seconda metà del IV secolo a.C.

Per quanto riguarda l’età romana sembra che il nostro territorio assista ad una contrazione nell’insediamento. E’ probabile che a partire dal IV secolo, alcuni esponenti di un ceto emergente si ellenizzassero, in parte imitando il modo di vita magnogreco. E così da un villaggio inteso come centro di vita si è passati probabilmente in periodo romano a diversi piccoli centri rurali produttivi; ad esempio nella zona di Valle Rossa, dove è stata individuata una moneta di bronzo probabilmente di Augusto e frustoli di ceramica rossa cosiddetta sigillata (a punzonature) e frammenti di lucerna, è possibile che ci fosse un sito, forse attribuibile ai primi secoli d.C.

La presenza di comunità rurali di età romana e tardoantica a ridosso di un’importante direttrice viaria costituisce il contesto nel quale dovette inserirsi, non prima della fine del V secolo, la costruzione dell’edificio di culto cristiano con battistero, sul sito poi occupato dalla “Rotonda di San Giovanni Battista”, da cui sembra discendere anche la denominazione dell’insediamento di San Giovanni Rotondo.

E’ probabile che nei dintorni del battistero sorgessero altri edifici di culto ed elementi di riferimento per le sparute popolazioni dei dintorni.

Grande rilievo assume in Età medievale nel territorio di San Giovanni Rotondo la presenza di un tratto della Via Francigena, l’importante strada di pellegrinaggio che nel nostro territorio conduceva alla grotta di San Michele Arcangelo a Monte Sant’Angelo e che ricalcava direttrici di età romana e tardoantica.

La prima menzione storica finora conosciuta dell’abitato di San Giovanni Rotondo resta ancora il privilegio concesso nel novembre 1095 da Enrico conte di Monte Sant’Angelo al monastero di San Giovanni in Lamis. Il conte Enrico, dietro richiesta dell’abate Benedetto di San Giovanni in Lamis, confermava al monastero tutte le precedenti concessioni e concedeva nuove terre.

Nel 1220 la cancelleria di Federico II tolse San Giovanni Rotondo alla badia di San Giovanni in Lamis, adducendo il pretesto che i precedenti documenti dell’Età bizantina non bastavano a giustificarne l’attribuzione. La giustificazione per avvalorare la confisca viene escogitata nella presunta genesi del centro: l’insediamento di San Giovanni Rotondo sarebbe sorto per volontà di Enrico VI e in seguito usurpato dai monaci o dal conte Matteo di Lesina, che lo avrebbe poi donato illegalmente al monastero. Nonostante le proteste del papa, Federico restò fermo nelle sue decisioni e San Giovanni Rotondo entrò a far parte del regio demanio. Con l’avvento degli Angioini le proprietà confiscate furono restituite al monastero di San Giovanni in Lamis (che però doveva aver già recuperato comunque il suo possedimento) e furono avviate indagini per ridefinire le proprietà e i confini.

Il 27 gennaio 1397, la regina Margherita affermava la promiscuità del territorio di San Giovanni Rotondo e di Monte Sant’Angelo e il diritto per gli abitanti di legnare, acquare e pascere. In questo decreto si fa riferimento al castrum S. Joannis Rotundi.

Nel 1464 re Ferdinando donava a Giorgio Castriota Scanderberg, figlio del principe d’Albania, in virtù dei servigi resi alla corona, la signoria di Trani, Monte Sant’Angelo e San Giovanni Rotondo. Il dominio di questo capitano e, in seguito di un suo nipote, viene ricordato come ‘tirannia albanese’. Questa cessò nel momento in cui Ferdinando I re di Napoli riassegnò il ‘castrum’ al regio demanio; nel 1497 fu dato in signoria al capitano spagnolo Consalvo di Cordova.

Al nuovo signore i cittadini di San Giovanni Rotondo chiesero grazie, privilegi, franchigie e la concessione di poter ripristinare la ‘fiera di Sant’Onofrio’. In questa fiera che aveva luogo l’11 giugno, festa di Sant’Onofrio, convenivano i rappresentanti di tutte le principali città di comercio della Puglia e del Gargano per fissare il prezzo ‘alla voce’ dei cerali, valido per tutto il regno.

La nobile famiglia dei Cavaniglia comprò nel 1607 il feudo per 25.000 ducati. Una buona ripresa economica e demografica si ebbe nel corso del Settecento. Nel corso dell’Ottocento, con il passaggio dall’ancien regime al governo napoleonico, si ebbero i primi effetti delle nuove leggi emanate dai sovrani francesi. Furono chiusi il convento dei Conventuali, situato nel paese, e quello dei Cappuccini. Nel 1860, dopo la conquista garibaldina del Regno delle Due Sicilie, l’esercito borbonico si dette alla fuga e riuscì a disperdersi nelle campagne, per sfuggire all’esercito nazionale. Tra di questi vi erano anche sangiovannesi che si ribellarono contro le truppe garibaldine, trucidando nel carcere locale ventiquattro conterranei di idee liberali (23 ottobre 1860). Gli anni che seguirono furono caratterizzati da un nuovo fervore cittadino.

Gli avvenimenti che segnarono gli inizi del XX secolo non furono di minore portata. Nel 1916 giunse al convento dei Cappuccini Padre Pio da Pietrelcina per rigenerare la sua malferma salute. Il frate rivelò presto il suo carisma, realizzando nel 1925 il piccolo ospedale “civile San Francesco” nel settecentesco convento di Santa Maria Maddalena e, dopo la seconda guerra mondiale, nel 1947 la costruzione dell’ospedale “Casa Sollievo della Sofferenza”. Si ebbe dunque un segnale di forte ripresa che portò ad un notevole sviluppo di tutto il paese, grazie anche alle accresciute possibilità economiche. L'Ospedale è divenuto il centro trainante dell'economia del paese, ma non bisogna dimenticare che, dagli anni quaranta sino al 1973, l'economia sangiovannese si è basata soprattutto sul lavoro offerto dalla Miniera di Bauxite della società Montecatini che ha visto impiegati sino ad 800 operai.

(Testo a cura del prof. Matteo Fiorentino)