Edificata a partire dalla fine del Cinquecento e quasi totalmente rifatta tra Seicento e Settecento, la chiesa di Sant’Orsola è nel centro storico di San Giovanni Rotondo l’edificio sacro più ricco di arte e di storia. Sorta come “Chiesa del Purgatorio”, dal 1638 la chiesa è sede dell’Arciconfraternita dei Morti. All’esterno, la facciata curvilinea è impreziosita dal portale di breccia e da finestre e nicchie, dove trovano posto due statue in pietra raffiguranti San Francesco d’Assisi e Sant’Antonio da Padova.IMG 1545 L’interno, totalmente rifatto negli anni scorsi, custodisce diverse tele di pregio: di scuola napoletana quella dei Santi Vescovi e quella della Madonna col Bambino, San Gaetano da Thiene e Anime del Purgatorio, entrambe seicentesche. La tela del Purgatorio, posta al centro nel coro, è opera di Nunzio De Nunzi ed è datata 1707. Al Cinquecento risale la tela della Deposizione, di scuola veneta posta a sinistra dell’ingresso. Pregevoli gli apparati lignei, l’organo cinquecentesco, i pulpiti di legno dorato e il coro. Nel 1938 il pittore milanese Natale Penati realizzò i dipinti del soffitto e dei cornicioni, raffiguranti il Martirio di Sant’Orsola e episodi della vita di Sant’Antonio da Padova.

(Testo a cura del prof. Matteo Fiorentino)

Il centro storico, che ospita attualmente circa 4500 abitanti, ricalca ancora fedelmente l'immagine urbana del primitivo borgo medievale, attestato storicamente in Età normanna attorno all'anno Mille, contenuto da resti di una cinta muraria di Età angioina e raccolto in vie strette e pochi slarghi significativi. Le case sono di antica e semplice tipologia costruttiva, ad eccezione delle numerose chiese che impreziosiscono il borgo antico.

Il paese prende il nome dalla forma circolare del battistero altomedievale di San Giovanni, San Giovanni, appunto, Rotondo, sito ad est del centro abitato, da poco restaurato e riaperto alla fruizione. La storia San Giovanni Rotondo è però precedente al Medioevo. Una discreta conoscenza la si ha del sottosuolo del centro abitato del paese. Da una serie di tombe ad inumazione incontrate durante i lavori stradali o nello scavo di cantine nell’abitato, i cui corredi andarono in gran parte dispersi, venne evidenziata in passato la presenza di ceramica geometrica dauna, policroma, databile tra il sesto ed il quarto secolo a.C., e di due grandi e pesanti olle globulari di terracotta biancastra. Le sepolture erano raggruppate intorno al nucleo formato dal vecchio centro urbano: un gruppo ad occidente, alcune ad oriente, poche altre a sud della strada principale. La presenza di un asse viario e commerciale pare affermarsi come una costante fissa nell’evoluzione storica del paese, situato su un rilievo, in posizione strategica per il controllo delle vie della transumanza a breve raggio e dei traffici che numerosi dovevano svolgersi tra il Gargano e il Tavoliere. I primi documenti relativi a San Giovanni Rotondo risalgono all’XI secolo. La prima menzione storica finora conosciuta dell’abitato di San Giovanni Rotondo resta ancora il privilegio concesso nel novembre 1095 da Enrico conte di Monte Sant’Angelo al monastero di San Giovanni in Lamis. Il conte Enrico, dietro richiesta dell’abate Benedetto di San Giovanni in Lamis, confermava al monastero tutte le precedenti concessioni e concedeva nuove terre.

Sviluppatasi durante i secoli successivi, divenne centro economico di rilievo soprattutto nel Trecento, quando, svincolatosi dal controllo feudale del vicino menzionato monastero, venne dotato di mura. Liberi dall’egemonia della vicina e potente abbazia, i cittadini trasformarono la città, estendendo il controllo sul territorio circostante, intensificando le attività economiche, costruendo tutto intorno all’abitato una cinta muraria protetta da diverse torri, simbolo tangibile di una sofferta autonomia, purtroppo non destinata a durare a lungo. Il 27 gennaio 1397, la regina Margherita affermava la promiscuità del territorio di San Giovanni Rotondo e di Monte Sant’Angelo e il diritto per gli abitanti di legnare, acquare e pascere. In questo decreto si fa riferimento al castrum S. Joannis Rotundi. Nel 1464 re Ferdinando donava a Giorgio Castriota Scanderberg, figlio del principe d’Albania, in virtù dei servigi resi alla corona, la signoria di Trani, Monte Sant’Angelo e San Giovanni Rotondo. Il dominio di questo capitano e, in seguito di un suo nipote, viene ricordato come ‘tirannia albanese’. Questa cessò nel momento in cui Ferdinando I re di Napoli riassegnò il ‘castrum’ al regio demanio; nel 1497 fu dato in signoria al capitano spagnolo Consalvo di Cordova. Al nuovo signore i cittadini di San Giovanni Rotondo chiesero grazie, privilegi, franchigie e la concessione di poter ripristinare la ‘fiera di Sant’Onofrio’. In questa fiera che aveva luogo l’11 giugno, festa di Sant’Onofrio, convenivano i rappresentanti di tutte le principali città di comercio della Puglia e del Gargano per fissare il prezzo ‘alla voce’ dei cerali, valido per tutto il regno. La nobile famiglia dei Cavaniglia comprò nel 1607 il feudo per 25.000 ducati. Attualmente è possibile osservare solo tre torri superstiti della cinta muraria; una cilindrica, ad ovest del centro storico nei pressi di una delle porte d’ingresso al castrum; una quadrangolare ad essa contrapposta sul lato est dell’abitato; poco più a sud di questa sono visibili i resti molto rimaneggiati di un’altra torre che, per le modifiche subite ad opera degli uomini, non ci permettono di avanzare ipotesi che possano andare al di là della mera constatazione della originaria forma quadrangolare. Pertanto siamo in grado di concentrare la nostra attenzione solo su due delle quindici torri di cui parlano gli storici locali e che guarnivano l’insediamento medievale.

La torre cilindrica, fino a qualche anno fa sede del museo comunale di arti e mestieri locali, si presenta sicuramente rimaneggiata nella parte inferiore, laddove è stata addossata una muratura in età successiva. La torre quadrangolare, di proprietà privata e restaurata da poco, mostra per lo più le stesse caratteristiche costruttive. Tentare di datare le torri solo sulla scorta delle caratteristiche tecniche è alquanto difficoltoso. La presenza della torre cilindrica, con il suo andamento a scarpa, coeva molto probabilmente a quella quadrangolare, sembra però indicare una sua realizzazione in un periodo ben successivo alla parentesi sveva nel nostro territorio, mostrando analogie più concrete con la tecnica costruttiva trecentesca reperibile in provincia.

 

(Testo a cura del prof. Matteo Fiorentino)

Alla metà del XIV secolo va riferita la costruzione o, più verosimilmente, la ristrutturazione in chiave gotica della chiesa di Sant’Onofrio Eremita a San Giovanni Rotondo; l’indirizzo stilistico verso cui si orientano i costruttori deriva dalla coeva architettura religiosa diffusa in Capitanata, su base tardoromanica ma innovata dalla presenza di elementi ormai francamente “gotici” nelle membrature delle volte costolonate a sesto acuto, negli archivolti e negli elementi dei portali: chiesa a navata unica con facciata a “capanna”, ad abside estradossata (anche a Sant’Onofrio, prima del “taglio” dell’abside), a pareti nude e ampie di severa essenzialità, con copertura a tetto ligneo a capriate. La chiesa si presenta ad una sola navata, lunga circa 38 metri per 7 metri di larghezza, e dotata di un portale più semplificato rispetto a quelli più fastosi e “goticizzanti” di chiese coeve. Sul prospetto a timpano viene realizzata una grossa rosa circolare. Nella superficie compresa all’interno della circonferenza della rosa è inserita un’ulteriore rosa di diametro minore.

A questo periodo possiamo riferire anche l’epigrafe di pietra calcarea, alquanto corrosa, apposta in alto al portale. Nonostante il testo sia ormai quasi illeggibile perché rovinato dal tempo e da un maldestro tentativo di calco eseguito alcuni anni fa, siamo lo stesso in grado di leggere in fondo alla tavola una datazione sicuramente posteriore al 1320 (dal 1320 al 1335). All’interno della chiesa, in alto sulla parete a destra del portale, presso la balaustra della cantoria realizzata pochi decenni fa, è conservato un concio di pietra con la rappresentazione di un giglio, verosimilmente stemma araldico angioino. Nel 1627 per volontà dei signori Michele ed Elena Cavaniglia si decise di fondare a San Giovanni Rotondo un convento domenicano, trasformando la chiesa di Sant’Onofrio in un collegio destinato in particolare a frati dell’Illiria. Nel 1630 la chiesa non era stata ancora del tutto ristrutturata e la fabbrica del collegio era alla fase grezza al punto che definitivamente nel 1652 il progetto si arenò. Dalle relazioni intercorse tra il generale dell’Ordine e i rappresentanti dell’Ordine incaricati dai Cavaniglia, si deducono notizie interessanti sullo stato della chiesa di Sant’Onofrio che già in quegli anni doveva essere in gran parte bisognosa di restauro se nel 1630 la si definisce: «non ancora edificata, [...] hoc interim ha una Chiesa mediocre dove sono cinque altari, il coro, pulpito, organo e due Confessionarii».

Francesco Nardella riporta al 1597, data incisa sulla sommità del primo arco, la realizzazione di un primo restauro. In quell’occasione sarebbero stati messi in opera i cinque archi trasversali a tutto sesto che scandivano l’interno della chiesa in campate; tali arcate, ancora visibili ai primi del ‘900 al Beltramelli che descrisse la chiesa in stato di totale abbandono, verranno successivamente abbattute a seguito dei lavori di restauro effettuati alla fine del 1948. Ancora in una nota del marzo 1910 del sindaco Giuliani di San Giovanni Rotondo indirizzata alla «Sopraintendenza ai Monumenti della Puglia e del Molise» si riporta la descrizione della chiesa, in quel periodo come si è detto completamente in rovina; si fa menzione di due strati di affreschi. Ai nostri giorni sono ancora visibili soltanto due pitture: la figura di un Santo e quella di un Vescovo (San Nicola) ai cui piedi si intravede una figuretta. L’interno è completamente affrescato e coperto da tetto a capriata lignea. Sulla parete sinistra la Natività del pittore A. Ciccone; sotto la cantoria Il battesimo di Gesù al Giordano del Pittore F.P. Fiorentino (1960). La chiesa conserva quattro statue: San Matteo, Sant’Onofrio, la Madonna del Carmelo, Santa Barbara.

(Testo a cura del prof. Matteo Fiorentino)

PADRE PIO E I LUOGHI DI PADRE PIO

STORIA DI PADRE PIO

La ribalta mondiale della piccola località pugliese è però dovuta a Padre Pio (al secolo Francesco Forgione) che qui visse dal 28 luglio 1916 fino alla morte, avvenuta il 23 settembre 1968. Divenne famoso per le sue stigmate (che lo accompagnarono per oltre 50 anni), per i miracoli a lui attribuiti e per diverse capacità soprannaturali, tra cui si dice quello della bilocazione (la presenza fisica in due posti contemporaneamente). I suoi miracoli furono assiduamente studiati dalle commissioni d'indagine aperte dalla Chiesa e dalle istituzioni laiche, i risultati portavano sempre la stessa dicitura: "scientificamente inspiegabili". Padre Pio, durante la sua vita sacerdotale ebbe anche modo di fondare i "Gruppi di preghiera" e un moderno ospedale a cui diede il nome di "Casa Sollievo della Sofferenza", diventato nel tempo uno degli ospedali più rinomati d'Italia per la ricerca medica. I rapporti molto stretti tra il santo stigmatizzato di Pietrelcina e gli abitanti di San Giovanni Rotondo, soprattutto nei primi anni di permanenza nel convento di Santa Maria delle Grazie, sono testimoniati plasticamente da opere ancora presenti nel centro della città. Nel 1925, infatti, Padre Pio da Pietrelcina inaugura il primo ospedale, l'Ospedale Civile San Francesco, proprio nel centro storico di San Giovanni, nei locali dismessi dell'antico convento delle clarisse francescane di Santa Maria Maddalena, il Convento delle Monache. Con fortune alterne l'ospedale funzionò fino al 1938. In seguito, nell'immediato dopoguerra, Padre Pio si dedicò alla grandiosa opera della costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza, il moderno ospedale da lui pensato e fondato, inaugurato nel 1956.

I LUOGHI DI SAN PIO DA PIETRELCINA

Un documento del 1385 ricorda tra i conventi francescani della provincia monastica di Sant’Angelo anche quello di San Giovanni Rotondo, sostituito nel 1470 da un nuovo convento ai margini del centro abitato, affidato ai Frati Minori Conventuali. Nel 1540 arrivarono a San Giovanni Rotondo anche i Cappuccini; il loro convento fu edificato ai piedi del Monte Castellano, a circa due chilometri dall’abitato di San Giovanni Rotondo. I Cappuccini eressero il calvario di pietra con una croce in ferro, tuttora presente sul sagrato, e cominciarono la costruzione del convento in un fazzoletto di terra, donata da Orazio Antonio Landi insieme ad una casetta rustica e ad un pozzo. Nel 1575 è ricordata la permanenza di San Camillo de’ Lellis. La chiesa del convento, lesionata da un terremoto, fu riedificata nel 1629, e nel 1676 riconsacrata da monsignor Orsini e dedicata alla Madonna delle Grazie. L’antichissima devozione popolare per la Vergine delle Grazie ha qui superato indenne i rigori della Controriforma e tutt’oggi la Madre di Dio mostra al popolo il seno scoperto, sorretto con devozione filiale dal Bambino, nella splendida tela cinquecentesca sull’altare maggiore della chiesa. Sarebbe, in realtà, una riproduzione di un affresco o di un’icona ancora più antichi. La chiesa di Santa Maria delle Grazie ha subito nel corso dei secoli numerosi restauri. I più sostanziali furono eseguiti nel 1935 dal pittore milanese Natale Penati, in occasione del venticinquennio di sacerdozio di Padre Pio, e nel 1959, contemporaneamente alla consacrazione della nuova chiesa.

La nuova chiesa di Santa Maria delle Grazie, progettata dall’architetto Giuseppe Gentile, fu consacrata il primo luglio del 1959. La sua facciata, ampia e serena, è scandita dalla successione regolare dei portali e delle vetrate, e richiama da vicino le più celebri fabbriche romaniche di Puglia, dalla cattedrale di Trani al San Nicola di Bari. In alto, sul timpano, la statua in marmo della Madonna dello scultore Antonio Bassi, alta tre metri.

La chiesa è a pianta basilicale, a tre navate e matronei sorretti da pilastri monolitici di marmo veronese; il presbiterio è sormontato da un tiburio poligonale. Alle spalle dell’altare, sul quale Padre Pio celebrò l’ultima messa il 22 settembre 1968, si staglia il maestoso mosaico della Madonna delle Grazie, realizzato dall’Istituto del Mosaico Vaticano. Lungo le pareti della chiesa trovano posto gli altari laterali, tutti impreziositi da mosaici.

Una prima Via Crucis fu posizionata nel 1937 lungo il Viale dei Cappuccini. Ancora oggi è possibile osservarne le edicolette in marmo, restaurate da poco, con la raffigurazione delle scene della salita al Calvario di Cristo. Il 22 settembre del 1968, Padre Pio da Pietrelcina consacrò la prima pietra della nuova Via Crucis, realizzata dallo scultore Francesco Messina tra il 1968 ed il 1971. La Via Crucis venne inaugurata nel maggio del 1971. Lungo un percorso in leggera salita, immerso in un silente parco di conifere, si snodano le edicole di granito che contengono i pannelli di bronzo, del peso di circa cinque quintali. In alto, nel piazzale terminale, la colossale statua di Cristo Risorto che domina sull’intera scalinata. Sempre di Francesco Messina la statua in bronzo di Padre Pio, nell’esedra ai piedi della Via Crucis, e la statua in marmo della Madonna, a metà della scalinata. La quinta stazione mostra, nelle vesti del Cireneo, Padre Pio che aiuta Gesù a sorreggere la croce.

L’aula liturgica dedicata a San Pio da Pietrelcina è stata inaugurata il 1 luglio del 2004. Ad accettare la progettazione è stato Renzo Piano, uno degli architetti più famosi al mondo. L’avveniristica struttura racchiude in sé e mostra al visitatore e al fedele, come squadernandoli in un maestoso libro di pietra e legno, tutti i simboli appartenenti alla vita dei primi cristiani: l’acqua, il battesimo, la comunione dei fedeli, i diversi aspetti iconografici dell’appartenenza alla comunità cristiana, la morte e resurrezione di Gesù.

Al termine del viale, la maestosa Croce alta 40 metri, progettata dallo stesso Renzo Piano e realizzata con blocchi di pietra man mano più sottili. Illuminata, la Croce crea sullo sfondo del cielo serale suggestivi giochi di ombra.

A destra della Croce, il grande edificio colonnato che sorregge il sagrato e funge da supporto per le otto campane, realizzate dalla Pontificia Fonderia Marinelli di Agnone. Sul colonnato, a lato delle campane, ci sono gli otto aquilotti di pietra dello scultore Mario Rossello. Il sagrato, in leggera pendenza, può contenere per le celebrazioni all’aperto fino a 30 mila persone. E’ stato concepito anch’esso come una chiesa, idonea ad accogliere la moltitudine dei fedeli che raggiunge San Giovanni Rotondo in occasione di particolari eventi, come la veglia che si celebra la notte del transito di Padre Pio (23 settembre). Di grande suggestione anche la presenza degli alberi di ulivo che occupano la superficie nord del sagrato. Sul sagrato si apre alla vista la grande vetrata dell’aula liturgica, con una superficie di 700 metri quadrati, ad occupare la luce del più ampio degli archi che costituiscono la chiesa. All’interno della vetrata, i pannelli serigrafati con la riproduzione delle scene dell’Apocalisse, tratte dagli splendidi arazzi trecenteschi che si ammirano nel castello di Angers in Francia.

Di enorme suggestione è il colpo d’occhio offerto dalla chiesa superiore, che può contenere al suo interno 6500 persone, con una superficie di circa 9200 metri quadrati. L’innovativa struttura progettuale si sostanzia nella successione degli archi che si innervano a costituire l’aula liturgica. Ogni arco, composto da conci di pietra di Apricena, è sorretto all’interno da cavi di acciaio che garantiscono la statica a questa struttura intimamente pervasa da spinte dinamiche molto forti.

Ai lati dell’altare di Arnaldo Pomodoro si trova l’ambone monumentale in marmo di Trani, opera dello scultore Giuliano Vangi. Le sculture dell’ambone sono incentrate sul tema di Maria Maddalena. A sinistra dell’altare, assemblato all’interno di un arco, vi è l’organo monumentale. Realizzato a mano e con tecniche artigianali dalla ditta Pinchi di Foligno, è alto dodici metri ed ha 5814 canne in stagno. A lato dell’organo, la Cappella dell’Eucarestia, con l’esposizione permanente del Santissimo all’interno del Tabernacolo in pietra nera lavica dell’Etna, realizzato dallo scultore Floriano Bodini.

Ad un livello di quota più basso, in corrispondenza del presbiterio, si apre la chiesa inferiore con la monumentale cripta dove è alloggiato il corpo di San Pio da Pietrelcina, con una forma semicircolare e una superficie di 550 metri quadrati per una capienza di circa 500 posti a sedere.

La presenza di comunità rurali di età romana e tardoantica a ridosso di un’importante direttrice viaria costituisce il contesto nel quale dovette inserirsi, non prima della fine del V secolo, la costruzione dell’edificio di culto cristiano con battistero, sul sito poi occupato dalla “Rotonda di San Giovanni Battista”, da cui sembra discendere anche la denominazione dell’insediamento di San Giovanni Rotondo.

La chiesa di San Giovanni è articolata in due corpi di fabbrica distinti: la Rotonda vera e propria, ossia il battistero altomedievale, e la Navata, una struttura rettangolare successivamente addossata al battistero verosimilmente a partire dall’XII secolo.

Il fabbricato è stato oggetto nel tempo di interpretazioni controverse. Una tradizione locale, non fondata su dati storici ma leggendari, lo riteneva un tempio dedicato a Giano, successivamente trasformato.

Gli scavi archeologici del 2014 hanno definitivamente chiarito la natura del fabbricato, consentendo di mettere totalmente in luce i resti della vasca battesimale, già riconosciuti nel 1998 durante precedenti lavori di consolidamento e poi di nuovo ricoperti. Il suo aspetto originario non è, al momento, ricostruibile, sia a causa di una modifica che le ha fatto assumere una forma semicircolare, sia a causa dello scavo di una tomba tra epoca tardomedievale e moderna.

La scoperta della vasca battesimale paleocristiana (V-VI secolo) riveste notevole importanza sul piano storico-artistico. Quello di San Giovanni rappresenta infatti una delle rare testimonianze di battisteri paleocristiani “autonomi”, ovvero distinti dall’aula cultuale, noti archeologicamente in Italia meridionale (il terzo in Puglia dopo quello di San Giovanni a Canosa e di San Giusto presso Lucera); anche le vasche individuate per via archeologica e materialmente conservate in area pugliese sono numericamente esigue (quella di San Giovanni risulta essere la quinta accertata al momento).

Non sembra, allo stato attuale delle conoscenze, essersi conservata traccia dell’edificio cui il battistero era collegato; i resti di questa fabbrica, oltre che di eventuali altre strutture connesse al complesso, potrebbero essere sepolte nelle immediate adiacenze della rotonda o essere celate, e forse in parte inglobate, dall’imponente chiesa medievale dedicata a Sant’Onofrio che si sviluppa a sud del battistero

Si possono distinguere tre momenti principali nelle vicende della decorazione pittorica, che per secoli ricoprì interamente l’interno della chiesa, presentando ai fedeli immagini di singoli santi e scene tratte dai Vangeli. Le pitture più antiche, purtroppo scarsamente leggibili, risalgono al XIII secolo,mentre nel Trecento si colloca la più importante fase decorativa, che sembra aver coinvolto l’intera costruzione e che evidentemente è da collegare alla ristrutturazione in chiave gotica della navata; al primo Quattrocento risalgono, invece, alcuni pannelli visibili sulla controfacciata e nella Rotonda.

Pur frammentari e lacunosi, gli affreschi riemersi nella chiesa di San Giovanni risultano di grande interesse culturale perché, oltre a testimoniare le antiche vicende dell’edificio, arricchiscono l’orizzonte della pittura medievale della Capitanata fra XIII e XV secolo. Tale produzione, spesso erroneamente ricondotta alla pittura bizantina, si basa sulla giustapposizione di pannelli devozionali, di frequente arricchiti dalla figuretta dell’offerente in preghiera, e singole scene (per lo più l’Annunciazione) che fungono da compendio del ciclo cristologico, come si nota nelle chiese di Santa Maria Maggiore a Monte Sant’Angelo e Santa Maria di Devia, le più famose in Capitanata per la ricchezza del corredo pittorico. La realizzazione è opera di frescanti locali educati a schemi iconografici di ascendenza bizantina, ma tradotti in “lingua” occidentale. In casi più rari si incontrano cicli cristologici o agiografici più articolati: questo aumenta il valore storico-culturale della decorazione pittorica di San Giovanni che presenta due diversi cicli ed emerge, rispetto alle altre chiese affrescate della regione, per la presenza di alcuni temi iconografici desueti.

(Testo a cura del prof. Matteo Fiorentino)

 

LA CHIESA DI SANTEGIDIO AL PANTANO

 La chiesa di Sant’Egidio di Pantano, di cui oggi sono visibili i ruderi, sorge a circa 3 Km a Est di San Giovanni Rotondo, situata ai piedi del Monte Calvo su di un terrazzo naturale sovrastante una vasta distesa, orientata in senso est-ovest, che ospitava un lago di natura alluvionale oggi bonificato, detto Pantano, che tuttora la denominazione alla zona.

L’esistenza della chiesa di Sant’Egidio è attestata la prima volta nel 1086, in un atto di donazione del conte normanno Enrico, signore di Monte Sant’Angelo, della chiesa stessa e di altre terre circostanti, comprendenti anche il lago, all’abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava de’ Tirreni. All’atto della donazione, i monaci cavensi entrarono in possesso non solo della chiesa, già diroccata o ancora in costruzione, ma anche di numerose terre e del diritto di pesca nel pantano.

La chiesa originariamente era con molta probabilità costituita da un piccolo nucleo che, grazie all’operosità dei monaci, venne ampliato e arricchito di tutte le suppellettili necessarie all’officiatura e alle celebrazioni.

L’abilità dei priori cavensi che si succedettero alla guida della piccola comunità monastica favorì sia l’incremento della patrimonio fondiario, acquistando terreni situati in ogni parte del Gargano, sia l’assistenza e l’ospitalità ai pellegrini e ai viandanti che, percorrendo la Via Francesca’, si recavano nella città di Monte Sant’Angelo in visita al santuario micaelico.

In un documento del luglio del 1113 infatti si fa menzione di un ‘hospitalis Sancti Benedicti’, una struttura di accoglienza che con molta probabilità non esisteva prima dell’arrivo dei monaci cavensi.

Nel corso del XII secolo si costituì nei pressi di questa comunità di monaci un villaggio (detto anche casale) di coloni, su cui l’abate cavense esercitava la sua giurisdizione attraverso un baiulo. La mutata situazione economico-sociale che caratterizzò tutta la regione nel corso del XIII secolo segnò il declino e la repentina scomparsa del villaggio e il trasferimento degli abitanti in località chiuse, infatti nel 1270 il ‘casale di Sant’Egidio’ risulta abbandonato.

La documentazione per ora a nostra disposizione non ci permette di sapere se la presenza monastica sia stata continua o saltuaria nei secoli successivi, certo è che nel corso del Trecento alcuni monaci sono ancora presenti a Sant’Egidio conducendovi una vita quasi eremitica nei locali annessi alla chiesa stessa.

Tuttavia i documenti relativi ai secoli XVII e XVIII fa ritenere che la custodia della chiesa fosse affidata ad un oblato cavense, mentre all’officiatura provvedeva un sacerdote di San Giovanni Rotondo: nel 1613 infatti si celebrava la messa ogni sabato; la chiesa fu frequentata fino all’Ottocento anche dopo la soppressione del 1807, in seguito alla quale i cavensi persero la dipendenza di Sant’Egidio e il territorio fu unito al demanio circostante.

Nei documenti in possesso dell’Abbazia di Cava de’ Tirreni si riscontra un unico riferimento, per quanto riguarda le suppellettili, ad un quadro della Madonna posto sull’altare maggiore della chiesa; nessun riferimento si ha circa la sua costruzione o la sua struttura interna.

A tal proposito risulta utile la documentazione, costituita dalle Visite Pastorali effettuate periodicamente dai vescovi della diocesi di Manfredonia, relativa ai secoli XVII e XVIII.

In esse sono contenute delle descrizioni abbastanza precise circa le condizioni della chiesa, degli altari, e delle suppellettili. Attualmente all’interno della chiesa non sono visibili altari.

Non mancano anche cenni di devozione popolare nell’attestazione nel 1676 di una processione ‘che si fa dalla chiesa matrice a questa chiesa di Sant’Egidio nella terza festa di Pasqua’.

Il portale di ingresso a tutto sesto in pietra calcarea tenera si presenta molto degradato dall’erosione degli agenti atmosferici e a stento si riesce a “decifrarne” la decorazione. Il portale è sormontato all’esterno da una cornice che presenta evidenti segni di spoliazione; essa poteva racchiudere un’epigrafe, magari insieme ad una scultura a basso rilievo. Sopra il portale vi è un semplice rosone circolare in pietra calcarea di cui si è conservata solo la parte inferiore. In prossimità dell’abside, la parete nord è più spessa e rinforzata all’esterno da ben tre contrafforti. L’abside (ad est) è caratterizzata da una semplice monofora romanica alta poco più di un metro e larga circa 40 cm. La parete risulta crollata nel tratto delle ultime due campate (cioè prossime all’abside), nel luogo ove era presente una porta secondaria. Addossati alla parete sud (in corrispondenza delle prime campate) vi sono due contrafforti. La parete risulta crollata anche nei pressi dello spigolo di facciata. Le pareti interne, un tempo affrescate, si presentano ormai prive persino dell’intonaco, lasciando scoperta la muratura, composta in pietra calcarea più o meno tenera. Sono squadrate le pietre utilizzate per gli archi, per gli spigoli dei muri e anche quelle utilizzate per le paraste che un tempo sostenevano le arcate della copertura. Le rimanenti parti della muratura sono composte da pietrame erratico.

Attualmente all’interno della chiesa non sono visibili altari, ma è certo che un tempo ce ne fossero; infatti nel XVII e nel XVIII secolo ne ritroviamo la descrizione di alcuni nelle visite dei vescovi.

 

(Testo a cura del prof. Matteo Fiorentino)

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